Riscaldamento globale, 40 anni per vincere i gas serra

0 Commenti martedì, 1 dicembre, 2009

L’accordo di Copenaghen non basterà a salvare il mondo, ammesso che il mondo si metterà d’accordo. Ma certo nella capitale danese è in calendario una lunga partita destinata ad orientare l’agenda della difesa ambientale nei prossimi quarant’anni. Il summit delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che comincerà lunedì prossimo nella capitale della Danimarca per concludersi il 18 dicembre, già nelle sue fasi preliminari è, se non pare troppo scontato il gioco di parole, “incandescente”. La minaccia è la catastrofe dell’aumento del riscaldamento globale, assunto condiviso dalla stragrande maggioranza dei climatologi (c’è però anche una fronda di scienziati “negazionisti”, inevitabile su un tema di tale potente impatto economico). La regìa delle Nazioni Unite chiede di mettersi d’accordo su una riduzione massiccia delle emissioni, il cui indicatore principale è l’anidride carbonica (quasi due terzi del totale dei gas-serra), simbolo dell’“era del petrolio”, e cioè dell’energia inquinante, della produttività che per diventare progresso e consumo deve surriscaldare l’atmosfera. E quindi il primo e più evidente nodo sarà mettere d’accordo potenze che sono già evolute, e altre che stanno premendo ora l’acceleratore dello sviluppo.

La Danimarca, in prima fila nel summit come paese ospitante, ha già preparato una sua bozza, su cui ieri sono dilagate le prime indiscrezioni, in vista di un documento finale che difficilmente sarà approvato prima degli ultimi due giorni del vertice. La proposta danese si articola principalmente in tre punti: 1) prendendo come parametro le emissioni di gas serra del 1990, queste dovranno essere dimezzate entro il 2050; 2) l’80% del taglio delle emissioni dovrà essere a carico dei paesi industrializzati; 3) l’anno 2020 è indicato come “guado”: è la data approssimativa che, secondo il documento danese, dovrà rappresentare il massimo delle emissioni nocive. E quindi fino a quell’anno sarà possibile una crescita dell’anidride carbonica diffusa nell’atmosfera, che dovrebbe dare tempo ai Paesi in via di sviluppo di prepararsi a un’inversione di tendenza.

Se a Copenaghen non si raggiungerà l’accordo su un impegno vincolante, questo potrebbe essere rimandato alla fine del 2010, quando si terrà un’altra conferenza delle Nazioni Unite sul clima. Ma, intanto, la proposta danese ha già trovato i suoi nemici. L’India, subito appoggiata da Cina, Sud Africa e Brasile, ha posto il suo “fermi tutti”. E il ministro indiano dell’Ambiente, Jairam Ramesh, minaccia: «Se la bozza danese contiene indicazioni temporali, il vertice sarà un fallimento. Non escludiamo di abbandonare il tavolo».

L’India chiede che non ci siano vincoli sulla riduzioni delle emissioni dei Paesi in via di sviluppo; che questi non siano sottoposti a controlli a meno che non siano sostenuti da finanziamenti e tecnologie offerte dai Paesi industrializzati; che non sia fatto protezionismo in nome del clima verso i Paesi emergenti. Mentre la Danimarca, nella sua bozza, ritiene di venire incontro ai Paesi in via di sviluppo, lasciando dodici mesi di tempo (fino a dicembre 2010) per darsi delle regole/leggi, che potranno invertire la tendenza dell’inquinamento dopo altri dieci anni.

Nel lungo vertice di scena a Copenaghen non tutti avranno la stessa voce in capitolo. Anche dai numeri, il Continente destinato a subire in modo devastante un eventuale netto peggioramento del clima, l’Africa, avrà solo 145 delegati ufficiali, meno di un terzo dell’opulenta Europa (450 rappresentanti). Ma l’Unione europea, almeno, è pronta a votarsi a un cammino virtuoso. Gli Stati Uniti, invece, per ragioni puramente opportunistiche, si sono già dichiaratamente alleati con la Cina, che a sua volta appoggia la “protesta” dell’India. Farà caldo a Copenaghen. di Fabio Morabito Il Messaggero

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