Pazienti dimenticati in corridoio, ore di attesa e di agonia

sabato, 14 novembre, 2009, 15:59

Maria Graziella, 60 anni piegati dalla sclerosi laterale amiotrofica, nutrita artificialmente e aiutata dalla respirazione meccanica ha aspettato due giorni al pronto soccorso dell’ospedale di Tivoli prima di riuscire ad essere ricoverata. Angela Maria, pur malata terminale a 56 anni, ha sopportato 48 ore di attesa per un letto ad Ostia. Rosario, colpito da infarto e portato all’ospedale di Modica, sarebbe caduto due volte dalla barella prima di avere un soccorso vero. Arrivato tardi, è morto dopo poco aver varcato la corsia. Aveva 40 anni. Paolo faceva il panetterie, un forte dolore al petto, una moglie che l’ha caricato in auto e l’ha portato al pronto soccorso. Ma, durante il trasporto verso al rianimazione cade dal lettino a rotelle, batte la testa e, dopo poco, muore. Quarantasette anni. Ventiquattro, trentasei, anche quarantotto ore. Su una barella, sdraiati sul duro con una coperta sulle gambe, in mezzo ad un corridoio oppure accalcati in uno stanzone senza sedie, senza bagno senza umana pietà. Può capitare al Nord, dove la Sanità ha da vantarsi, come al Centro e al Sud. Il pronto soccorso come una sorta di Purgatorio che accoglie ogni genere di bisogno. Che, nei momenti di superemergenza, “dimentica” qualcuno in un angolo. Perché, come accade quasi ogni giorno a Roma, davanti alle porte del servizio emergenza arrivi a contare, contemporaneamente, 60 persone nell’area medica e oltre 15 in quella chirurgica. Senza mettere nel bilancio tutti quelli stivati negli stanzoni, quelli che non si sa dove mandare, dove trasferire, come accudire dal momento che per loro nei reparti non c’è posto. Stanzoni che, da mattina a sera, assistono all’odissea dei dolori, alla sommatoria delle angosce e delle incertezze che si mescolano, si centuplicano, si dipanano con la rassegnazione. In questi giorni poi, in cui il panico da influenza ha fatto intasare i pronto soccorso (nonostante i ripetuti appelli a chiedere aiuto solo al medico di famiglia) tutto assume contorni diversi, tutto si aggrava e anche le priorità possono rischiare di essere intaccate.

Alzano la voce i pazienti che chiedono cure ma anche solo un po’ di umanità e attenzione, merce rara nelle ore di punta, ma alzano ormai la voce anche i medici. Quelli del Simeu, Società italiana di medicina di emergenza e urgenza del Lazio, per esempio, sono arrivati a scrivere una lettera alla regione. Denunciano «il grave sovraffollamento causato dalla difficoltà di ricovero». «Che determina attese che durano giorni spesso in condizioni ambientali precarie e senza la garanzia di adeguati livelli di sicurezza dei pazienti e degli operatori». Un’emergenza che cresce di anno in anno? Gli anziani. Gli “anziani fragili” dicono i camici bianchi. Quelli che, soprattutto il sabato e la domenica, fanno fatica a trovare un sostegno medico.

E così, non è difficile, trovare un pronto soccorso che sembra l’anticamera di un ricovero per over 75. Facce spaurite, bisogni che sono ormai cronici e non di emergenza, ricordano alla Federanziani. Nessuno stupore, quindi, quando si ascolta il racconto di Amedeo che ha vissuto per tre giorni su una barella del pronto soccorso del Policlinico Umberto I in una stanza con altri due anziani nelle sue stesse condizioni. Umberto ha 89 anni, si è fatto portare all’ospedale per un blocco renale. Le figlie Gianna e Patrizia: «Papà ha rischiato di morire solo, buttato su una barella senza nessuno che gli stringeva la mano o gli faceva una carezza. Gli sono venute le piaghe da decubito perché le infermiere mentre era in barella non l’hanno mai spostato per paura di farlo cadere». Al San Camillo a Roma, i medici riescono ad accudirti (riaprono la coronaria con l’angioplastica nel caso di un infarto) ma poi, se il letto non c’è, torni di nuovo al pronto soccorso. In quello spazio di nessuno puoi aspettare anche dodici ore. Mentre accanto ti mettono las ignora con la colica addominale, l’uomo con la crisi glicemica e una fibrillazione. Manco a chiedere una parola di conforto, non c’è spazio neppure per lei.

D’altronde, quel Purgatorio non è più “solo” il portone delle emergenze. Con gli anni si è trasformato, è diventato una sorta di rifugio dei derelitti (soprattutto dalla sera alla mattina), un posto caldo dove passare le ore più fredde, una cattedrale in un deserto senza altri servizi di primo soccorso vicino casa. Entri in quelle sale d’aspetto e ti immergi un mondo parallelo, un universo del dolore che non riesci neppure a sfiorare, un mondo nascosto che emerge solo in quell’astanteria. Dove l’umanità di una volta non basta più. Perché i posti letto sono stati tagliati nelle regioni dove i conti non tornano. Pensiamo al Lazio, per esempio. Dai quattro posti per mille abitanti del 2008 si è passati ai 3,5 del 2009. Presto si raggiungeranno i 3,3. Ogni anno, da Nord a Sud, oltre trentamila pazienti vengono trasferiti dall’ospedale dove si solo rivolti per trovare un letto in grado di accoglierli.

Cinquecento pronto soccorso in Italia, una crescita vertiginosa delle richieste. Negli anni Ottanta gli italiani che si rivolgevano ai reparti di emergenza erano 19.000.000 l’anno, nel 2000 la cifra era salita a 50.000.000 nel 2007 si sfiorano i 60.000.000. Dice Umberto Veronesi che «non si deve e non si può concentrare lo studio delle Medicina solo sullo studio delle malattie, è indispensabile capire quanto sia importante curare lo spirito oltre il corpo…». Numero, 15 avanti un altro! di Carla Massi – Il Messaggero


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