Inchiesta Trani, vogliono spaventare il nostro elettorato

0 commenti · 16 marzo, 2010 · 14:32

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi

«Sono disgustato. Vogliono intimidire me, i miei collaboratori e il nostro elettorato». Silvio Berlusconi in questi giorni è nervosissimo. Chiuso nel suo quartier generale di Arcore, ieri ha valutato con i suoi avvocati e con un gruppo di strettissimi collaboratori le mosse da compiere anche in vista dell’appuntamento elettorale. L’inchiesta di Trani è per Berlusconi l’ultima tappa di una strategia tesa a fiaccare il suo governo, «a mettere sotto schiaffo la maggioranza» e a «spingere verso l’astensione i nostri elettori» che dal giorno della bocciatura del lodo-Alfano seguono con crescente disgusto l’incapacità della politica di occuparsi dei problemi veri del Paese. Sul tavolo della sua scrivania c’è il testo del patto programmatico (piano casa, infrastrutture, ambiente, pubblica amministrazione, investimenti) che sabato i tredici candidati governatori del centrodestra dovrebbero sottoscrivere, ma ancora una volta le Procure hanno stravolto la campagna elettorale e, secondo Berlusconi, «messo in ombra i risultati del nostro governo» tentando di vincere le elezioni «impedendo di fatto ai nostri di votare».

«Ma vi rendete conto che in questo Paese si ascoltano le telefonate del presidente del Consiglio e di ministri senza che nessuno si scandalizzi!». Anche se l’ira non gli appartiene, come ha recentemente precisato, l’umore di Berlusconi in questi giorni è tale che anche i suoi abituali e giornalieri interlocutori faticano a contenerlo. La sensazione di essere sotto assedio è simile a quella provata dal Cavaliere ai tempi dell’affaire-Noemi, quando non era ancora chiaro cosa fosse in mano a quella «pericolosa alleanza stretta tra pm, sinistra e giornali». Anche se è sicuro che nelle conversazioni intercettate non ci sia nulla di penalmente rilevante perché «sono le cose che dico sempre», il solo fatto che qualcuno possa ascoltarlo irrita il premier, lo scandalizza e lo fa sentire sotto ricatto.
«Siamo ormai sotto la soglia democratica – sbotta l’azzurro Piero Testoni – e questo è ancor più grave a ridosso di un appuntamento elettorale». Se per Margherita Boniver «l’Italia è ormai una fogna a cielo aperto e non c’è verso di arrestare il fiume di fango delle intercettazioni, più che altro abusive», Berlusconi in questi giorni si interroga anche sull’incapacità di alcuni ministri di controllare e sorvegliare l’attività di pezzi dello Stato che a suo giudizio «ormai agiscono fuori da ogni legalità». Perplessità sul ministro dell’Interno Roberto Maroni, intercettato malgrado abbia deleghe di non poco conto. Così come il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, finito nel tritacarne delle intercettazioni, nonostante dal suo dicastero dipenda la Guardia di Finanza.

Se non è il timore di essere tirati in ballo in chissà quali altre conversazioni, deve però essere qualcosa di molto simile visto che ieri sino a metà pomeriggio solo l’eroico portavoce del Pdl Daniele Capezzone aveva difeso pubblicamente Berlusconi dall’indagine di Trani parlando di «teatro dell’assurdo». Solo in serata si sono aggiunti i capigruppo Cicchitto e Gasparri, Osvaldo Napoli e il ministro Scajola, mentre il silenzio del co-fondatore del Pdl lo irrita anche perché, come ieri sottolineava Giorgio Stracquadanio, «la rete di Fini somiglia tanto all’elefantino».
Fatto sta che l’inchiesta di Trani, con tanto di corpo a corpo tra premier e toghe rende più complicato il percorso immaginato da Berlusconi per recuperare credibilità in quel blocco moderato sconcertato dal pasticcio romano della lista mai presentata. La manifestazione di sabato a Roma diventa quindi per Berlusconi l’occasione per appellarsi ancora una volta alla sua gente.

Quella che dovrebbe per numero surclassare l’ultima manifestazione del centrosinistra e mettere a tacere anche coloro che immaginano correnti e fondazioni e che lavorano al dopo-Berlusconi non sapendo ciò che invece il ministro Rotondi professa da tempo: «Il prossimo candidato-premier sarà ancora Berlusconi». Nel 2013. O forse anche prima se il presidente del Consiglio ritenesse la situazione non più gestibile e il ricorso alle urne diventasse l’unico modo per rimettere in riga quella deprecata alleanza «tra pm, sinistra e giornali». di Marco Conti Il Messaggero

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