Elezioni regionali 2010, la lotta del bene contro il male
0 commenti · 10 marzo, 2010 · 14:38
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Non un voto di mid-term un po’ anticipato – visto che la legislatura finisce fra tre anni – o una consultazione intorno ai programmi dei governatori ma un voto sulle regole? Osserva l’economista Michele Salvati: «Se c’era un momento adatto, nel quale esporre al popolo le diverse opzioni sul federalismo fiscale, era proprio questo. E invece non se ne parla minimamente, anche se i decreti attuativi dovrebbero essere imminenti».
Il vittimismo del Pdl contro il vittimismo del Pd, e viceversa. «La partita questa è, e la posta sta diventando altissima», spiega Alessandro Campi. «Questo poteva essere un buon voto amministrativo – incalza il politologo – perchè i dossier importanti sul tavolo delle regioni non mancherebbero. La sanità nel Lazio e in Puglia, il degrado ambientale e la criminalità organizzata in Calabria, l’eredità di Bassolino in Campania, la Tav in Piemonte, l’innovazione delle infrastrutture in tante regioni sia del Nord sia del Mezzogiorno…. O ancora, queste regionali potevano essere un referendum su Berlusconi. Ma anche questo, insieme ai grandi dossier territoriali, è passato in cavalleria. Sul campo resta soltanto lo scontro all’ultima spiaggia sui valori supremi. La sinistra si mobilita a difesa dello Stato di diritto contro la deriva totalitaria o addirittura dittatoriale. La destra brandisce la purezza e la pienezza della democrazia elettorale contro chi la calpesta a furia di cavilli e di giuridicismi ritenuti faziosi e strumentali».
Chi drammatizza da una parte, chi drammatizza dall’altra: e viene da rimpiangere le regionali come voto di mid term, che nel 2000 mandarono a casa il governo D’Alema e nel 2005 si abbatterono contro il governo Berlusconi dando al centro-sinistra 12 delle 14 regioni in palio. «Stavolta – nota il sociologo Klaus Davi – non si tratta neppure del solito referendum su Berlusconi. Semmai, le regionali sono un referendum sul Pdl che è un disastro anche agli occhi di Berlusconi e da cui lui ha preso le distanze. Basti vedere quanto distacco mostra nei confronti dei vari aspiranti governatori, dei quali dice: ”Non li ho scelti io”». Ancora Davi: «Per via dell’abolizione dei talk show, sarà anche, per una volta, un voto non dominato dalla televisione. Il che, anche se loro protestano, favorisce i leader della sinistra perchè in tivvù non funzionano». Non è un voto sulle regole? «No, perchè gli italiani s’infischiano delle regole».
Se si chiede poi a Sergio Romano «che voto fa?», lui da Parigi apre le braccia. Ma regole o non regole, ribadisce che ormai, per prassi, ogni consultazione è un referendum sul Cavaliere. E propone un paragone: «Le regionali francesi, che si svolgono nei prossimi giorni, sono viste come un test terribile per Sarkozy, il quale se la passa piuttosto male nonostante il suo governo abbia investito molti soldi per fare uscire la Francia dalla crisi. Mentre Berlusconi è messo molto meglio. Nonostante i suoi errori».
Forse non si era mai vista una partita elettorale in cui le istituzioni vanno in cortocircuito, e un tribunale si accavalla sull’altro prima che la baraonda investa anche il Consiglio di Stato e poi la Corte Costituzionale, e il Csm entra a gamba tesa come ha fatto ieri dicendo che Berlusconi è un rischio per la democrazia e non c’è nessuno che venga riconosciuto come arbitro. Neppure il Colle. «Non mescolarsi in piazza con Di Pietro – spiega Salvati – sarebbe servito, al Pd, per abbassare il grado di tensione». Magari bastasse soltanto questo. Il fatto è che la lotta fra partiti è diventata lotta fra «regimi»: il «regime della sinistra» – come lo chiama il ministro Calderoli – cioè il regime di Bersani, del Tar, dei funzionari dell’ufficio elettorale del tribunale di Roma, dei radicali che avrebbero malmenato il mitico Milioni epr non fargli depositare la lista – e il «regime» dell’Orco di Arcore e dei suoi manutengoli che starebbero a un passo dalla fine (cioè da Salò) o a un nuovo inizio (come il fascismo dopo il delitto Matteotti). Caricature? Verrebbe da ridere, ma non si può. E tocca vedere chi la spunterà. «Vincerà – conclude Campi – chi sarà più convincente nella propaganda e chi creerà uno stato d’allarme più grande nel Paese». E dunque, vinceranno i peggiori. di Mario Ajello Il Messaggero







