
Antonio Di Pietro
C’era soddisfazione ieri nel Pd per la «svolta» di Antonio Di Pietro. Ha sacrificato il mito populista della piazza in nome dell’«alternativa di governo». Ha frenato persino l’integralismo giustizialista per dare il via libera a Vincenzo De Luca in Campania. E soprattutto ha riconosciuto al Pd di Pier Luigi Bersani il ruolo-guida dell’alleanza. I toni e gli argomenti usati da Di Pietro al congresso sono stati molto diversi da quelli di Beppe Grillo e Marco Travaglio, a cui l’ex premier di solito si uniforma e che comunque presidiano l’area di riferimento dell’Italia dei Valori. Così per il Pd è sicuramente più facile dialogare. Ma non bisogna dimenticare che, in tempo di elezioni, Di Pietro è solito a maggiori moderazione e flessibilità. Accadde anche nel 2008 quando l’Idv ottenne da Walter Veltroni quel patto di coalizione che gli consentì di approdare in Parlamento. Allora Di Pietro promise al leader del Pd che avrebbe formato gruppi unitari alla Camera e al Senato, nella prospettiva di una progressiva integrazione. Lo scenario di un futuro ingresso nel Pd è stato abbozzato anche in questo congresso. In tutta evidenza l’Idv, al momento del voto, ha bisogno di apparire un alleato critico ma fedele. Non è portatore di interessi sociali antagonisti al Pd. Incarna solo l’animo più protestatario, più giustizialista del centrosinistra: per massimizzare il risultato nelle urne deve rassicurare gli elettori che il voto per l’Idv non avvantaggerà Berlusconi. Insomma ha bisogno che il Pd lo tenga vicino a sè come alleato: solo così può mettere a frutto la maggiore radicalità senza che si abbatta la mannaia del voto utile.
Certo, anche il Pd oggi non può fare a meno dell’Idv pena un crollo di competitività. Ma è chiaro che per Bersani la vera sfida della «nuova coalizione» non passa dal rapporto con Di Pietro. Non solo perché Di Pietro era già nella «vecchia» coalizione. Il leader del Pd è pragmatico e non intende certo bruciare il rapporto con l’Idv in nome di qualcosa che ancora non c’è. Ma il percorso di «convergenza» delle opposizioni, che resta il suo obiettivo strategico, continua ad avere il Centro come terreno decisivo non solo di una nuova formula politica, ma anche di una più larga alleanza sociale. È anche il tema più spinoso nel Pd, perché non mancano le forze interne ostili (oggi pronte a usare la simbologia ulivista per contrastare l’intesa con l’Udc). Resta il fatto che l’«alternativa» a Berlusconi sarà più solida se il Pd saprà diventare il fulcro di un progetto nuovo, capace di coinvolgere forze moderate e magari anche parti della sinistra radicale disposte alla sfida del governo. Alle regionali Bersani ha fatto qualche passo avanti ma ha anche subito qualche sconfitta. E il bilancio del 29 marzo peserà sul futuro prossimo. di Claudio Sardo Il Messaggero
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