Obama Nobel per la pace, la guerra a volte è necessaria
0 commenti · 11 dicembre, 2009 · 15:57
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Obama ha parlato con il volto teso e con parole dure, quasi paralizzato dal timore di cedere al trionfalismo: «Il male esiste, Hitler non sarebbe stato fermato dalla non violenza». Il suo discorso era pronunciato davanti alla commissione del Nobel e alla platea internazionale, ma era soprattutto diretto agli americani che ancora faticano a digerire l’invio di nuove truppe in Afghanistan.
«La contraddizione più profonda dell’assegnazione di questo premio è il fatto che io sono il comandante in capo di un esercito impiegato su due fronti di guerra», ha detto ancora Obama come premessa ala suo discorso. I nomi di Schweitzer, del reverendo King e di Mandela sono stati evocati dal presidente come “giganti della storia” al cui confronto i suoi meriti sono insignificanti. E’ tornato a promettere la chiusura di Guantanamo, e ha detto che gli Stati Uniti resteranno i portabandiera della legalità anche nei teatri di guerra. Ma ha anche difeso l’eccesso di interventismo di cui il suo Paese è stato spesso accusato dal alleati e nemici a livello internazionale: «A dispetto degli errori di cui siamo stati responsabili, gli Stati Uniti hanno sottoscritto la sicurezza globale per più di sessant’anni con il sangue dei propri cittadini e la forza delle nostre braccia».
Questo era il messaggio che le forze più conservative del suo Paese speravano di sentirgli pronunciare. Una chiamata di responsabilità ai vertici di quella intellighenzia di sinistra con la quale gli americani identificano l’Unione europea. Una classe dirigente abituata a puntare l’indice sulle violazioni dei diritti intorno al mondo, ma a nascondere la mano quando si tratta di intervenire.
La platea lo ha ascoltato in silenzio, e anche il caldo applauso finale è venuto solo dopo una lunga pausa, come a segnare l’impatto che il discorso ha avuto. Obama ha promesso che l’America continuerà a perseguire un approccio multilaterale, che richiederà un rafforzamento della Nato, e ha lodato l’apporto degli alleati alle operazioni di peacekeeping, tra i quali ha citato l’Italia. Ha reso omaggio al coraggio dei manifestanti a Teheran e di chi ha votato in Zimbabwe ed ha ammonito i conferenzieri di Copenaghen a cercare un accordo unitario sull’emergenza climatica. Ha indicato nella denuclearizzazione l’imperativo di maggior peso per la comunità internazionale: non solo quella in corso di trattativa tra Russia e Usa, ma anche quelle necessarie in Medio oriente ed in Asia. Al termine della cerimonia il presidente si è scusato con i giornalisti svedesi che avevano criticato la brevità della sua sosta nella capitale. Solo 26 ore prima di ripartire per gli Usa, mentre sulle strade di Oslo apparivano già i cartelli della protesta: «Hai vinto il Nobel per la pace, ora guadagnatelo». di Flavio Pompetti Il Messaggero







