Obama Nobel per la pace, la guerra a volte è necessaria

0 commenti · 11 dicembre, 2009 · 15:57

Thorbjoen Jangland e Barack Obama

Thorbjoen Jangland e Barack Obama

Sul palco di Oslo dove era salito per ricevere il premio Nobel per la pace, Barack Obama ha parlato per 36 minuti della guerra. Una “guerra giusta” alla quale il mondo contemporaneo sembra condannato. «Dobbiamo riconoscere la realtà, per quanto dura possa essere. – ha detto il presidente americano nel corso della cerimonia di premiazione – Non riusciremo a sradicare la violenza nel corso di una sola generazione. Ci troveremo ancora di fronte ad occasioni in cui l’uso della forza sarà non solo necessario, ma anche moralmente giustificato». Obama era giunto ad Oslo la mattina presto. Dopo un incontro al Palazzo Reale con il re e la regina svedesi, è arrivato a mezzogiorno in punto al palazzo municipale dove si svolge la premiazione con abito e cravatta nera, accompagnato dalla moglie Michelle che era fasciata da un vestito dorato, e aveva sulle spalle lo stesso cardigan firmato da Nina Ricci che indossava il giorno dell’inaugurazione a Washington quasi un anno fa. Michelle si è seduta in prima fila, mentre il marito ha preso posto sul podio, a fianco dei reali.

Obama ha parlato con il volto teso e con parole dure, quasi paralizzato dal timore di cedere al trionfalismo: «Il male esiste, Hitler non sarebbe stato fermato dalla non violenza». Il suo discorso era pronunciato davanti alla commissione del Nobel e alla platea internazionale, ma era soprattutto diretto agli americani che ancora faticano a digerire l’invio di nuove truppe in Afghanistan.

«La contraddizione più profonda dell’assegnazione di questo premio è il fatto che io sono il comandante in capo di un esercito impiegato su due fronti di guerra», ha detto ancora Obama come premessa ala suo discorso. I nomi di Schweitzer, del reverendo King e di Mandela sono stati evocati dal presidente come “giganti della storia” al cui confronto i suoi meriti sono insignificanti. E’ tornato a promettere la chiusura di Guantanamo, e ha detto che gli Stati Uniti resteranno i portabandiera della legalità anche nei teatri di guerra. Ma ha anche difeso l’eccesso di interventismo di cui il suo Paese è stato spesso accusato dal alleati e nemici a livello internazionale: «A dispetto degli errori di cui siamo stati responsabili, gli Stati Uniti hanno sottoscritto la sicurezza globale per più di sessant’anni con il sangue dei propri cittadini e la forza delle nostre braccia».

Questo era il messaggio che le forze più conservative del suo Paese speravano di sentirgli pronunciare. Una chiamata di responsabilità ai vertici di quella intellighenzia di sinistra con la quale gli americani identificano l’Unione europea. Una classe dirigente abituata a puntare l’indice sulle violazioni dei diritti intorno al mondo, ma a nascondere la mano quando si tratta di intervenire.

La platea lo ha ascoltato in silenzio, e anche il caldo applauso finale è venuto solo dopo una lunga pausa, come a segnare l’impatto che il discorso ha avuto. Obama ha promesso che l’America continuerà a perseguire un approccio multilaterale, che richiederà un rafforzamento della Nato, e ha lodato l’apporto degli alleati alle operazioni di peacekeeping, tra i quali ha citato l’Italia. Ha reso omaggio al coraggio dei manifestanti a Teheran e di chi ha votato in Zimbabwe ed ha ammonito i conferenzieri di Copenaghen a cercare un accordo unitario sull’emergenza climatica. Ha indicato nella denuclearizzazione l’imperativo di maggior peso per la comunità internazionale: non solo quella in corso di trattativa tra Russia e Usa, ma anche quelle necessarie in Medio oriente ed in Asia. Al termine della cerimonia il presidente si è scusato con i giornalisti svedesi che avevano criticato la brevità della sua sosta nella capitale. Solo 26 ore prima di ripartire per gli Usa, mentre sulle strade di Oslo apparivano già i cartelli della protesta: «Hai vinto il Nobel per la pace, ora guadagnatelo». di Flavio Pompetti Il Messaggero

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